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Un testo senza parole per imparare ad ascoltare

Mi basta, a volte, credere che tutto sia complicato e impossibile, per destarmi da un torpore che mi ha colto, impedendomi di muovere passi verso il futuro. Vi sembrerà incredibile ma è proprio così. La paura di vivere è parte di tante esistenze e nella maggior parte dei casi, ti impedisce di reagire, eppure in molti altri è proprio la motivazione che ti spinge a fare grandi cose. C’è infatti chi, cadendo a terra, sprofonda in un baratro senza fine e chi toccando il fondo, capisce che oltre non può andare e se non vuole che il “gioco” finisca, deve fare il possibile per rialzarsi. Ed è a quel punto che ricomincia il percorso.

E nel corso di queste mie riflessioni, anche un pò azzardate forse, mi sono trovata nel bel mezzo di una narrazione eloquente ma priva, apparentemente, di parole, almeno quelle pronunciate attraverso le labbra e che spesso ingannano più di un sapiente e cosciente silenzio. In una domenica di giugno, ha fatto letteralmente irruzione nella mia vita, Testo senza parole di Beckett, nell’adattamento e con la regia di Antonio Iavazzo.

Un testo sicuramente rivoluzionario e che travalica ogni schema e forma mentis, interpretato da Gianni Arciprete e Gennaro Marino. I due attori sono riusciti a tenere viva l’attenzione degli spettatori di ogni età, attraverso la loro mimica, la capacità espressiva e talvolta, l’incedere che avrebbe potuto sfociare nel grottesco e invece è arrivato irriverente, suscitando risate per una ridondanza di eventi che nel quotidiano riprendono le nostre movenze e che in un certo senso ci hanno ricordato le nostre, talvolta, assurde routine. Gesti che compiamo, nella nostra quotidianità e nella solitudine che ci permette di essere forse liberi, anche se sempre prigionieri dei nostri pensieri che ci costringono, molto spesso a confrontarci con il giudizio delle persone che sembrano essere sempre pronti a scrutarci e a puntare il dito contro di noi, quando in realtà il loro giudizio semplicemente è una fuga da sè stessi.

Ma torniamo a parlare dello spettacolo, la cui produzione è stata curata dall’Associazione “Il Colibrì” ed è andata in scena nell’ambito del prestigioso Campania Teatro Festival.

Una scenografia minimalista. Un albero privo di foglie con i rami protesi in ogni direzione, e in apparenza, due sacchi appoggiati sul proscenio pronti a rivelare un contenuto inaspettato. Due uomini, completamente diversi per movenze ed espressioni, per rapidità e agilità ma entrambi influenzati dalla cadenza del tempo. Pochi oggetti accompagnano i due protagonisti e ne caratterizzano l’essenzialità.

Elemento comune, però le scarpe, ora appoggiate, ora indossate. Sempre e comunque l’elemento del movimento ma anche dell’inganno più grande, perchè per quanto comode possano essere, rinchiudono sempre i piedi e li tengono vincolati, pur agevolando i passi a volte, limitandoli in altri. La cosa che in assoluto mi ha colpita è stata la reazione del pubblico. Risate intermittenti ma fragorose hanno investito la sala.

All’inizio c’era quasi il timore di ridere ma ben presto il riso ha accompagnato le movenze dei due attori in cui, gli spettatori, inevitabilmente, si sono riconosciuti. E allora sì che ridevano ma, anche di se stessi. E poi silenzio, riflessione, comprensione. Perchè il bello del teatro è anche questo, riconoscersi e ridere dei propri limiti e buffe azioni senza però sentirsi goffi, quanto piuttosto, esseri umani. E fermarsi a pensare e a contemplare quel che accade e spesso passa inosservato. Ed a questo punto il silenzio si è trasformato in parole ben udibili in un mondo dove in tanti urlano senza essere ascoltati e invece quell’assenza di parole ha determinato un dialogo continuo tra pubblico e attori. Una magia? No, semplicemente il desiderio di ascoltare, finalmente.