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La vitamina D intelligente

La vitamina D è protagonista di importanti ricerche scientifiche che ne stanno mettendo in luce caratteristiche formidabili, come racconta Antonio Moschetta, ordinario di Medicina interna all’Università Aldo Moro di Bari e ricercatore AIRC. Moschetta ha lavorato per 5 anni in Texas con David J. Mangelsdorf, il biologo che ha scoperto il recettore della vitamina D: «Si sa che la concentrazione di vitamina D nel sangue dipende dall’esposizione al sole, dall’assorbimento, e che valori intorno ai 20 ng/mL sono indice di una sua carenza. Alla fine degli anni ’90, Mangelsdorf ha rivelato un’importante novità: la vitamina D è in grado di entrare nella cellula, attivare un interruttore seduto sul Dna (il suo recettore), permettendo così l’accensione di geni target dotati di attività specifiche. Questa scoperta ha permesso di comprendere dei meccanismi fondamentali, primo fra tutti che l’interruttore non solo è presente ma è identico in tantissime cellule del nostro organismo, come quelle dell’intestino, dell’osso, del macrofago dell’infiammazione. La notizia forse più interessante, però, è che si tratta di un meccanismo altamente intelligente, in quanto è in grado di accendere geni specifici per ogni tessuto. Nel colon, l’interruttore accende geni che a loro volta agiranno su una serie di proteine utili a liberarci dai composti tossici, favorendo la pulizia dell’intestino. Nell’osso, agisce aiutando la ricalcificazione; nel rene, ha un ruolo nel produrre un ormone cir- colante, l’FGF 23, che gioca un ruolo importante nella insufficienza dell’organo».

Tra le virtù di questa vitamina, c’è inoltre quella antiinfiammatoria: «La vitamina D è in grado di intervenire sui macrofagi monociti, cellule che normalmente circolano nel nostro organismo. In caso di tumore, queste cellule vengono attirate nei pressi del tessuto tumorale dove formano il microambiente (l’ambiente in cui il tumore si sviluppa, ndr) che stiamo tuttora studiando in quanto può favorire la crescita del tumore stesso». Studi importantissimi che tuttavia non devono creare equivoci, sottolinea Moschetta: «La scienza non ha certezza che riempirsi di vitamina D possa proteggere dal cancro. Tuttavia, è certo che mantenere delle concentrazioni circolanti ottimali di vitamina D è fondamentale per favorire l’attività fisiologica e costante del suo recettore, attivando così meccanismi virtuosi che aiutano l’organismo ad ammalarsi meno o a reagire meglio alle aggressioni».

Tra i tanti effetti interessanti dell’interruttore della vitamina D, c’è anche quello sull’adipogenesi, ovvero la formazione di cellule di grasso. L’adipogenesi è un meccanismo di cui la natura ci ha dotati per permetterci di conservare energia, ma che, se alterato, può dare luogo a patologie dismetaboliche, ormonali e lipidiche. «Fattori come l’accumulo di grasso addominale e l’ipertensione favoriscono gli stati infiammatori. Oggi sappiamo che la carenza di vitamina D spesso si associa a quadri dismetabolici caratterizzati da girovita importanti – al di sopra di 82 cm nelle donne e 88 negli uomini – intolleranza glucidica, glicemia a digiuno più alta. Gli esperimenti condotti in laboratorio ci dicono che il recettore della vitamina D è in grado di bloccare la formazione di cellule adipose e, quindi, di portare potenziali benefici per quanto riguarda le patologie citate. Sebbene sorprendenti, queste scoperte non si possono traslare direttamente sull’uomo, sarebbe sbagliato diffondere messaggi come “prendi tanta vitamina D così non ti viene la pancia”. Quello che è importante, invece, è capire perché certe persone sviluppano patologie di cui la carenza di vitamina D può essere un segnale, comprendere le ragioni per cui a un certo punto il nostro organismo non si trova più in equilibrio e sfocia nella malattia. Pertanto, se non abbiamo abbastanza vitamina D in circolo forse la prima, fondamentale domanda da porci è: perché? La risposta spesso sta nelle nostre abitudini. E quindi ripensare il nostro stile di vita al fine di ritrovare l’equilibrio perduto si rivela la prima soluzione a cui ricorrere».

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